"Perché la Diocesi di Siponto (Manfredonia), non si chiama per rispetto e scrittura della storia, Diocesi di Manfredonia - Monte Sant'Angelo - Vieste - San Giovanni Rotondo"?
Spesso la storia non corrisponde alle vicende degli uomini e dei luoghi che le hanno vissute e le vivono. Mi riferisco al nome (intitolazione) della diocesi sipontina, una fra le più antiche d'Italia.
Secondo la tradizione sarebbe stato lo stesso apostolo Pietro a fondarla nel 54 d. C., dopo essere risalito da Taranto, dov'era sbarcato, verso il nord della Puglia. Lì, a Siponto, predicò il vangelo di Gesù Cristo e convertì il capo della città, un certo Elvio Giustino, che si fece battezzare e abbandonò il mestiere delle armi. Elvio fu scelto da Pietro come capo della prima comunità cristiana di Siponto.
Dopo Elvio Giustino vene furono altri, fino ad arrivare al famoso Lorenzo Maiorano che nel 490 d.C. fu il referente dell'Arcangelo Michele per quella che doveva essere l'epopea sipontino-garganica per più di millecinquecento anni, fino ai giorni nostri.
Tutti sanno che sulle ali dell'Arcangelo il cristianesimo volò fino in Normandia , fino alle isole anglosassoni; insomma è noto che la grotta di S. Michele del Gargano divenne uno dei principali luoghi di pellegrinaggio sia nell'alto che nel basso Medioevo.
Basta scorrere le cronache o le vite dei Santi per ritrovare il Gargano, che allora era la Grotta dell'Arcangelo, quale meta di pellegrinaggio. Gli studiosi hanno ormai acclarato il ruolo importante che ebbe il richiamo dell'Angelo garganico nella storia della Diocesi e in quella molto più ampia del culto micaelico in Occidente.
Nella Foto: la Basilica di San Michele Arcangelo, Monte Sant'Angelo (Fg). Foto di Alberto Torchiaro
Ma una sorta di "damnatio memoriae" è caduta sul Monte dell'Angelo, destinato, forse cristianamente, a restare sconosciuto e misconosciuto dagli uomini.
Con la decadenza che interessò l'Italia Centro-meridionale a cominciare dalla fine del Medioevo, anche il santuario del Gargano si ridusse progressivamente ad un santuario locale. Era finita l'età delle Crociate, quella dei Normanni e degli Svevi che ancora riconoscevano un ruolo nazionale e sovranazionale alla Via dell'Angelo, facente parte di quella rete creata dalla Via Francigena che da Roma di diramava verso i luoghi sacri del Sud, in primis la Grotta dell'Arcangelo Michele.
Da tempo ormai il cammino del monaco Bernardo non lo ricordava e non interessava più nessuno. L'incuria del clero, la chiusura degli orizzonti culturali, politici ed economici, le distruzioni dovute agli eventi naturali fecero quasi scomparire dal panorama religioso il Santuario, che si rimpicciolì ad una santuario locale. La Grotta era diventata davvero un antro scuro e fuligginoso, con custodi famelici e ignoranti che non si curavano neanche di curarne un archivio degno di tale nome. Tutto divorato dal tempo, e la scrittura non esisteva; le fonti sepolte o cancellate, ad eccezione di un documento chiamato " Platea", dove i canonici, negli ultimissimi secoli scrivevano amenità varie anche sui loro confratelli. Gli "scavi", se così possono dirsi di mons. Quitadamo nel 1948, casualmente portarono alla luce gli ambienti preangioini e normanni, cioè la basilica altomedievale, i luoghi delle origini non solo del culto cristiano, ma anche quelli del culto pagano lì presente per secoli.
Vennero fuori architetture bizantine e longobarde, venne fuori la grotta della Leggenda del Toro affrescata in tutta la cristianità europea; venne fuori la Grotta dove si recò, secondo la tradizione, il vescovo di Siponto Lorenzo Maiorano insieme con gli altri vescovi pugliesi; venne fuori un mondo sconosciuto attorno al quale eminenti studiosi di tutto il mondo stanno ancora facendo ricerche.
Venne fuori il santuario longobardo citato da Paolo Diacono nella sua "Storia dei Longobardi".
Vennero fuori epigrafi runiche di singolare importanza per la storia del luogo e dell'Italia antica più in generale. Venne fuori un mondo fino ad allora sepolto e sconosciuto.
Lentamente il Santuario si riprese, grazie anche all'attenta e preziosa custodia dei monaci benedettini di Montevergine che, a cominciare dagli anni Settanta del ‘900, lo"rifondarono", si potrebbe dire.
La custodia attuale della Congregazione di San Michele Arcangelo vede una rinascita religiosa encomiabile e fruttuosa per il Santuario e per chi vi si reca per motivi religiosi e non, grazie anche alla vicinanza ai luoghi di San Pio da Pietrelcina, che sempre invitava i suoi penitenti più "duri" a recarsi a MonteSant'Angelo nella Grotta di S.Michele a pregare.
Detto questo, e tralasciando tantissimo altro, io mi chiedo perché la Diocesi di Siponto (Manfredonia), che è vissuta con la presenza continua e forte di San Michele per più di millecinquecento anni, e continua a viverci fortemente, data la presenza media annuale di due milioni di pellegrini presso la Grotta di San Michele, non si chiami per rispetto e scrittura della storia, Diocesi di Manfredonia - Monte Sant'Angelo - Vieste - San Giovanni Rotondo.
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