Puntuale. Arriva ogni quattro anni come il febbraio col giorno in più. Il Mondiale, Mundial per gli irriducibili del magico '82.
Sarà per questo che malgrado scialbe premesse, l'appuntamento da metà giugno a metà luglio, ogni due tre giorni, per un mese, salvo gravi e maledettissimi imprevisti, è inevitabilmente lì. Davanti a uno schermo in piazza. Caldo permettendo. Lo scantinato o il garage con saracinesca a metà come alternative. Valide, validissime, pur di battere l'afa. In quel caso appuntamenti pre-partita per i rifornimenti di rito. Patatine ed olivette molto apprezzati nel menù da tifosi occasionali e non. Trenta o quindici minuti prima dell'ora "X". Poi, palla al centro, inizio match.
Tutti davanti ad una tv. Per i solitari, un paradiso. Scenari da ferragosto in città. Il Paese si trasforma. Le vie deserte. I bar stracolmi come i calici di birra ufficiale o ufficiosa. Balconi tappezzati di tricolori. Alcuni sbiaditi, altri rinnovati per l'occasione. Silenzio tombale smorzato da azioni clamorose. O distrutto definitivamente da un gol. Comunque venga fatto. Va bene tutto pur di portarsi a casa la Coppa.
Sogni di una notte di mezza estate, sperando in retrospettive. Il regista, poi, è lo stesso. Le recensioni della critica, anche. Feroci, salvo ripensamenti. Si prega dotarsi di amuleti o avere a portata di mano il "Prontuario del perfetto scaramantico" di "Italiani ad ogni costo" Editori.
"La Nazionale non ci piace... Staffetta si, staffetta no"... Almeno quello, un problema eliminato alla radice. "Manca un 10, siamo deboli in fase d'attacco...Non siamo gli stessi di quattro anni fa". Eccola là. La solità spinta retrò. Il ricordo va sempre lì. Ad allori che vorremmo perpetui. A quelle immagini, a quei momenti. A quei gol.
Allora, come oggi, fuori da ogni calcolo da provetti matematici: in questo non cambiamo mai. Basta un dubbio, un rapporto direttamente proporzionale del tipo "primo match sta a prima a stecca" per darsi a valutazioni probabilistiche da impiegati Istat, con tanto di variabili ed incidenza delle condizioni atmosferiche sulla tenuta atletica e i "se" posti davanti ai probabili risvolti delle partite. Degli altri, of course.
E le pubblicità? Tutte magicamente a tema. Da maggio in poi è tutto un tricolore, uno scommettere, una passerella o uno schermo al plasma su cui puntare lo stipendio del mese di giugno. Previa vittoria. La Tv è solo un pretesto. Alzi la mano chi ci crede.
Pronostici: tanti. Premessa, una sola: "Io? Al posto di Lippi ...", 55 milioni di c.t., tolti gli anziani e tolte le donne. Con dovute e numerosissime eccezioni. Perché, durante un Mondiale, pur di non subire lo smacco di un appuntamento o di una cena disertata, ci sono anche loro. Più impegnate, magari, a commentare come scende una maglietta sui corpi scultorei dei vari campioni. E va a finire che nel bel mezzo del pressing avversario da cardiopalma mentre imprechi da politeista doc per l'occasione, lanciano il domandone: cos'è il fuorigioco?
E via! Ipotesi carta e penna spenta sul nascere. Piuttosto, giù di mozziconi o tappi di bottiglia, tutti rigorosamente made in "Tensione-pro-match", posizionaticomelinea di difesa a quatto o a tre, con un fazzolettino appallottolato a far da sfera, l'indice e medio della mano destra che si coordinano per un lancio d'antologia. Per una simulazione in scala 1:10.
E alla fine, magari ci riesci. Spieghi l'arcano. Salvo vedere il tuo lavoro vanificato d'incanto da poche sincere parole: "Tutto qui? Che stupida regola è?" Commento secco. In fondo, pragmatico. Come una partita appunto. Perché al netto di uomini, moduli, tattiche, bisogna "solo" buttarla dentro, ad ogni costo.
Il calcio è tutto lì, il Mondiale, pure. Una volta finito, semmai.
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