Scorrono distese le sequenze iniziali del film mentre assistiamo alla vita felice di una famiglia che festeggia il sedicesimo compleanno del figlio Marco.
Ancora più strazianti dunque ci arrivano al cuore le grida di dolore di questi stessi genitori quando, poco dopo, ricevono una telefonata che annuncia loro la morte del figlio. Rifiuto, smarrimento, straziante squarcio nella vita che mai potrà rimarginarsi e la domanda incessante del perché un ragazzo di sedici anni abbia voluto anche solo per una volta assumere una pastiglia di ecstasi, trovando la morte. Lasciando a Roma la moglie incinta, Matteo Gatti, (Raoul Bova) giornalista e padre del ragazzo, parte per Milano, per indagare in quello stesso mondo della droga che gli ha portato via per sempre suo figlio. Una ferita indelebile si apre nella famiglia, scatenando nei genitori rimorsi e sensi di colpa per non essere riusciti a prevenire questa tragedia.
Utilizzando tecniche innovative e telecamere ad altissima risoluzione che hanno permesso di riprendere sequenze anche a elevate distanze ed in ambienti affollati e rumorosi, oscurando i volti e modificando le voci delle persone coinvolte, il film introduce lo spettatore nella realtà metropolitana dello spaccio di droga a Milano. Con l'autorizzazione del Ministero dell'Interno, Raoul Bova per questo film infatti si è realmente camuffato ed introdotto nelle azioni della squadra antidroga della Unità operativa Criminalità Diffusa di Milano, operando per un intero mese fianco a fianco dei poliziotti, persone normali e nello stesso tempo eroi che quotidianamente combattono lo spaccio di stupefacenti in città. Girato in alta definizione ed in presa diretta, la docu-fiction di Burchielli unisce la finzione dei fatti che riguardano il dramma di Marco alla realtà delle azioni girate nelle operazioni dell'antidroga di Milano e rappresenta al tempo stesso un'operazione sia innovativa dal punto di vista filmico per le tecniche di ripresa dal forte impatto visivo utilizzate, sia educativa dal punto di vista sociale, capace cioè di formare una coscienza collettiva sul dilagare del consumo di droga ormai così diffuso tra sempre più ampie fasce d'età e ceti sociali.
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