Si dice ormai da tempo che siamo in epoca "postmoderna": l'età moderna sarebbe tramontata, portando via con sé la cultura della ragione, quella che riconosceva nella ragione la legge da cui farsi guidare.
La felicità era il destino dell'uomo e lo si poteva raggiungere solo attraverso la ragione.
La storia ha dimostrato che non s'è costruita nessuna città del sole (per fortuna), e le grandi aspettative sorte col secolo dei "Lumi" sono finite sotto i colpi di nuovi totalitari dogmatismi, mascherati spesso d'arie libertarie scientifiche e populistiche. Alla cultura della ragione è quindi subentrata quella del "gradimento", cioè la cultura " postmoderna ", che sul piano teorico si caratterizza per la denuncia della inconsistenza e arbitrarietà di tutti i vincoli e di tutte le norme che pretendono d'imporsi all'uomo; e più radicalmente di qualsiasi " fondamento " sul quale fissare l'uomo.
In questo senso la cultura postmoderna può essere connotata come cultura del " gradimento "; non nel senso che l'uomo abbia il potere di rendersi comunque gradevole l'esistenza umana, potere magico che esiste solo nelle fiabe, ma nel senso che, libero da ogni vincolo e sciolto da ogni direttiva, disancorato da ogni fondamento, è lasciato completamente alle proprie scelte, che ottimisticamente sono suggerite dal proprio " gradimento ", ma realisticamente dalla propria " sopravvivenza ".
Caratteristica dell'età postmoderna è che ogni uomo dispone con assoluta libertà della propria esistenza, senza poter trovare ostacolo nella propria " diversità ". Il limite che si accetta è solo quello che deriva dalla necessità della convivenza, della pura convivenza, senza nessuna determinazione di essa. Quindi la società postmoderna è quella del " privato ", dell'individuale, del casuale.
Illusoriamente tutto ciò dovrebbe dar luogo a maggiore felicità, benessere, pienezza esistenziale; ma i fatti dimostrano che così non è. Il fondamento che spesso è visto come catena alla libertà in verità è solo ciò che tiene ancora insieme gli uomini. Ognuno lo concepisce come vuole, ma non può essere fuori da ogni ragione, da ogni comune sentire.
La cultura del " gradimento" sarà poi davvero migliore o non contribuisce alla creazione di tanti individui isolati alla ricerca di una individuale felicità paradossalmente dipendente dalla " inesistenza " degli altri?
L'uomo occidentale è in questa situazione, e non possiamo dire come sarà il futuro. Per il credente c'è un progetto, un piano di Dio; ma sembra che parlare di Dio sia oggi cosa quantomeno da ingenui.
Comunque il riferimento all'uomo nella sua unità di corpo-psiche-spirito ci rimanda alla vita quotidiana di ogni persona, fatta di cose che tocca, gusta, vede, sente ma anche di sogni, aspirazioni, fantasie, progetti, speranze, meditazione, studio, contemplazione( teoria in greco ).
Sarà la cultura del gradimento o quella della progettualità, della convivenza, della vita come cammino a salvare l'uomo?
Biblicamente parlando, è chiaro che l'uomo vive in un popolo, una comunità con il fondamento che è Dio, è un vita nella fede, nel cammino della fede, nel piano di Dio comprensibile con la fede; ma è comunque evidente che anche nella non-fede la vita vive di solito nella speranza, nel bene che si vuole ai figli, ai genitori , agli amici.
Ma al di là della vita biblicamente intesa, ciò che ci induce a guardare in profondità, in altezza, in lontananza è il pensiero che s'inoltra per territori sconosciuti dove nascono le domande, se vogliamo ormai banali ( chi sono, da dove vengo, dove vado? ), ma che tutti ancora ci poniamo, anche se non sappiamo più trovare la risposta, noi che viviamo nella cultura del " gradimento ".
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