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il diario Montanaro

Federico Aldrovandi e il suo inciampare nell’espressione peggiore dell’uomo d’ordine PDF Stampa E-mail
Scritto da Marco Rinaldi   
Giovedì 09 Luglio 2009 12:10

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Il 6 luglio il tribunale di Ferrara ha condannato a tre anni e sei mesi di carcere i quattro poliziotti colpevoli dell'assurdo omicidio di un giovanissimo ragazzo ferrarese nel settembre 2005.

Federico Aldrovandi aveva diciotto anni. E' morto solo, in una strada della sua città, Ferrara, dopo un violento pestaggio subito da quattro poliziotti in un'assurda e inutile notte di settembre, il mese dell'impossibile che diventa possibile. Morto per "asfissia posturale" dovuta all'esser ammanettato pancia in giù, con le ginocchia del poliziotto sulla schiena a spezzargli i diciott'anni. Morto, a detta del cardiopatologo dell'Università di Padova, il professor Thiene, per un trauma cardiaco dovuto ad un colpo violento.  Morto per lo scroto schiacciato, e i mille lividi sul volto. Morto per i manganelli spezzati - spezzati, dico - alla base.

Il mestiere di poliziotto è ingrato. Nobile, malpagato. Sono poliziotti tanti giovani uomini, costretti spesso a sentirsi vittime di rancori assurdi, di stupide invettive figlie di generalizzazioni balorde, che dimenticano le difficoltà e l'identità di questi ragazzi esattamente uguali a coloro che li insultano. Indossi una divisa, e cambi. Esistono persone che ancora soccombono a questi banali residui di epoche e ideologie fortunatamente passate, morte e sepolte. Persone che dimenticano l'esattezza del nostro destino di uomini, che siamo o meno poliziotti, studenti, professori o sindacalisti.

E poi purtroppo ci sono poliziotti di questo genere. Paolo Forlani, Luca Pollastri, Enzo Pontani e Monica Segatto. L'agente Spaccarotella, che perfora Gabriele Sandri in un'area di servizio. Gente che alimenta l'astio verso le forze dell'ordine, lo tiene vivo con le sue periodiche follie. Purtroppo il mestiere di poliziotto richiede un equilibrio ed una stabilità d'animo sempre difficili da verificare e, soprattutto, da coltivare. Episodi criminali come il pestaggio di Federico Aldrovandi allontanano noi cittadini dalle forze dell'ordine ed alimentano la voce del popolo del coro A.C.A.B (All Cops Are Bastards). L'unica soluzione possibile può essere espellere le mele marce dalla polizia, impedire loro di tornare in servizio per tutelare la credibilità delle forze dell'ordine. La polizia deve sempre sottrarsi alle logiche omertose, al cameratismo che spesso spinge i poliziotti a proteggere colleghi responsabili di simili atti, altrimenti nessuno potrà lamentarsi della crescita di questo risentimento nei loro confronti.

Dunque, Federico Aldrovandi è morto ancora, successivamente, con i tentativi delle forze dell'ordine di coprire la verità. Con le calunnie sul suo conto. La droga che avrebbe assunto e che gli avrebbe causato un malore. Un malore tale da schiacciargli lo scroto, forse, chissà. Era morto, Federico Aldrovandi, nei silenzi della polizia che la mattina dopo prendeva tempo, riorganizzava le idee, prima di avvertire la famiglia.

Dunque, cosa sopravvive alla morte di Federico Aldrovandi e, solo secondariamente, a questa sentenza di primo grado? Quel minimo di soddisfazione suggerito dalla giustizia, ma certamente il dolore di un figlio perduto senza ragioni. La rabbia per quei diciotto anni evaporati in mezz'ora di manganellate. Manganellate che si ritorcono contro ogni poliziotto onesto, sottopagato, sfiduciato.  Rimane la certezza della necessità di una costante "manutenzione" della polizia italiana e della sua credibilità, da coltivare con un costante e rigido controllo dell'organico e con la massima severità nei confronti degli autori di simili scempi. Per il momento, però, rimane solamente il disgusto per l'ennesima constatazione dell'ebbrezza arrogante che una divisa può infondere nell'uomo che la riempie.


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