FAS2010.gif

Nascere in una zona di guerra e non saperlo PDF Stampa E-mail
Scritto da Marco Rinaldi   
Venerdì 25 Settembre 2009 11:57

raccolta_pomodori.jpg

Storia di una scoperta recente. La provincia di Foggia come una zona di guerra.


Anche noi foggiani proviamo umana compassione per barconi e barconi di nordafricani che arrivano terribili sulle coste siciliane. Siamo tutti così cristiani, così caritatevoli e abbiamo sempre questo nostro cuore in mano perché siamo toccati dalle sorti di questa povera gente, dimenticata dal nostro Dio (e dai loro governi). Però, allo stesso tempo, dimentichiamo la nostra stessa terra. Crediamo di stare meglio, di essere più civili. Pensiamo che noi saremmo accoglienti, comprensivi, umani. Ma la dimensione del nostro errore è pari solamente alla durezza di questa realtà foggiana. Una realtà che comprende violazioni dei diritti umani, della Costituzione, del comune senso di umanità che tutti noi italiani diciamo sempre di possedere. Ma i miei conterranei hanno comprensibilmente paura di andare a tastare il fondo del proprio degrado. Preferiscono distogliere gli occhi dalle centinaia di polacchi rumeni bulgari africani - rigorosamente senza virgola, perché questo è un fiume di morti senza argini - che vivono in scatole bucate di cemento isolate senza acqua con una buca di un metro per defecare. Che vengono pagati - quando va bene -  3 euro per ogni cassa da 300 chili di pomodori. Che scompaiono inghiottiti dai nostri campi infernali nei quarantaquattro gradi della raccolta di pomodori a Cerignola, Stornara, Candela, San Severo eccetera eccetera.

Per queste ragioni i cittadini della provincia di Foggia preferiscono non pensare, ad esempio, alla presenza degli uomini di Medici Senza Frontiere tra i campi di pomodori brucianti della loro terra. Medici Senza Frontiere, capite. La provincia di Foggia come una zona di guerra. Una provincia potenzialmente gemellabile con Kandahar, Falluja, Sarajevo.

14.08.08 Foggia, Medici senza frontiere avvia la distribuzione del kit sanitario ai braccianti immigrati

Spazzolino, dentifricio e sapone, una bacinella e una tanica di plastica. In questi giorni Medici senza frontiere ha iniziato la distribuzione di questi kit igienico sanitari destinati a circa mille braccianti sranieri che tra agosto e settembre lavorano nella provincia di Foggia nella raccolta dei pomodo
ri.[1]

Dal 2005 gli unici a dare dignità ai migliaia di schiavi del pomodoro sono queste persone. Sono loro gli unici a riconoscerli in quanto esseri umani. Italiani, invece, sono spesso gli sfruttatori, i ricattatori, i carnefici di queste persone in difficoltà. Sono i caporali, nostri compaesani, a considerarli poco meno che legna da ardere. E, come loro, così le imprese del settore, attratte da questa manodopera potenzialmente infinita e a costo zero. C'è un solo piccolo effetto collaterale che questi signori deliberatamente non considerano: la natura di esseri umani della loro forza lavoro. La cosa davvero sconvolgente è il ritmo con cui queste persone scompaiono, evaporano al sole della capitanata, a pochi passi dalle nostre spiagge. E' una situazione molto più grave di quello che sembra. Ogni anno migliaia e migliaia di disperati affluiscono a questo bacino di sudore, malattie e privazioni. Provengono da tutta l'africa - Uganda, Nigeria, Tunisia, Eritrea, Senegal, Niger, Sudan - ma non solo. Romeni, polacchi, bulgari. Non ci sono distinzioni di razza in questi lager moderni. Ogni schiavo è tale in quanto fattore di produzione estremamente conveniente. E' poco meno che carne da macello. Meno, esatto, perché la carne da macello vale di più, in questa zona d'Europa "civile".

I caporali foggiani sanno che per ogni raccoglitore arruolato ve ne sono tre che persino aspirerebbero a quello sfruttamento. Per questo fanno di questi lavoratori ciò che vogliono. Li stipano come sardine in

tuguri raccapriccianti, isolati, alienati e non pagati per mesi. I nostri compaesani si sanno muovere benissimo anche tra le pieghe di una legge come la Bossi-Fini, la quale non fa altro che aiutarli fingendo di non vedere queste persone che letteralmente si consumano dalla fatica. C'è un ricambio mostruoso di manodopera nella raccolta di pomodori, ed è normale che sia così: dopo pochi giorni di sfruttamento, dopo 15 ore di lavoro al giorno in quelle condizioni, senza cibo, con una paga inesistente ( a cui deve aggiungersi l'affitto della baracca, che il caporale ha anche il coraggio di pretendere, dove passare la notte), è normale soccombere. Ma ancora più sconvolgente è il silenzio in cui si consumano questi omicidi, di cui si conoscono colpevoli, vittime e complici. Con il suo autistico mutismo, la società civile foggiana rientra di diritto in quest'ultima categoria. Siamo consapevoli che i campi di concentramento del nuovo millennio non possiedono forni né recinti di filo spinato, bensì sono distese rosse che circondano le nostre città? Riusciamo ad accettare che i deportati dei nostri giorni sono una multinazionale di disperati uniti solamente dalla loro sfruttabilità?

Questo abominio prosegue anno dopo anno, florido, a poche migliaia di metri dalle nostre strade, dalle nostre chiese e dalle nostre piazze. Un concerto stridente di sofferenza circondato dal silenzio colpevole dei cittadini. E delle istituzioni, naturalmente. Si parla così tanto di respingimenti, accordi Italia-Libia e di centri di accoglienza, ma non si comprende minimamente l'importanza di combattere questi sfruttamenti legati all'entroterra. Moltissimi immigrati arrivano in Italia proprio perché consapevoli della possibilità di un lavoro - rigorosamente nero come la loro pelle - legato a particolari periodi della stagione. Sanno, ad esempio, che nel periodo della raccolta dei pomodori conviene arrivare in provincia di Foggia. Sanno che c'è lavoro in abbondanza. Probabilmente non immaginano le mostruosità delle condizioni di lavoro che subiranno, ma questo è un altro discorso. Il punto è che diventa fondamentale combattere questo sfruttamento. I politici dovrebbero capirlo. Se non sono interessati a sciocchezze come i diritti umani e le condizioni di lavoro di questa povera gente, allora capiscano almeno che regolarizzare queste situazioni sarebbe molto utile nella lotta al'immigrazione clandestina.

Con tutta probabilità dal belvedere di Monte Sant'Angelo potrei fare il punto della situazione. Mi sistemerei in piedi su una delle nostre lastre di granito a picco sulla montagna e, questa volta, non guarderei il mare, ancora azzurro, né la speculazione edilizia che senza pudore opprime la nostra ex bella città. Guarderei i campi. Riuscirei ad avvistare centinaia di fantasmi che si aggirano curvi per la nostra terra, oppressi da caporali da quattro soldi che potrei anche scovare, con orrore, nel mio albero genealogico. Schiavi di questa nostra era che ha sostituito il demone delle ideologie con quello del profitto da raggiungere sempre, ovunque e comunque, costi quel che costi. Pareggiare la nostra povertà spirituale con un portafogli pieno. Per poi cercare di zittire quelle voci, quel disagio per ciò che stiamo diventando che monta dentro, cavalca lo stomaco e il cuore senza mai arrivare alla bocca.

Potrei riuscire anche a scorgere qualcuno di questi operatori di MSF, chinati allo stesso modo nel tentativo di riconsegnare ai raccoglitori di pomodori della capitanata il loro status di esseri umani che persone come me, o te che stai leggendo, gli hanno tolto. Questi uomini, con il nostro stesso sangue, mi convincono della generalità, dell'attualità del male stesso, di come esso possa nascondersi nelle nostre periferie. Confermano la ciclicità di un malessere, figlio della nostra epoca, che tutti noi, a forza di porte blindate e sante messe domenicali, ci eravamo illusi di poter tenere fuori dalle nostre case.



[1] Da http://www.piazzagrande.it/news668.htm

Visite: 800
Commenti (1)Add Comment
...
scritto da pablo1985, 25 settembre 2009
Marco cmq davvero bello quest'articolo. Complimenti.
E' proprio vero. Noi Italiani siamo sempre i primi a mostrare la nostra solidariet... Visualizza altroà però solo a quelle che ci fanno comodo. Mandiamo il messaggino a Telethon, ai terremotati, ai poveri cristi colpiti dallo Tsunami, ci commuoviamo ai funerali dei militari caduti nei territori di guerra e ci illudiamo che la nostra coscienza sia senza macchia e ci sentiamo CIVILI, quando poi, a pochi metri da casa nostra c'è gente ridotta in schiavitù dal mercato e dal profitto...L'immigrato ci fà paura solo quando gira per strada e quando indossa il burqua, ma non quando permette di avere sulle nostre tavole la frutta e le verdure, quando costruisce le nostre case, quando muore senza "Edizioni Straordinarie nei Tg" e "Approfondimenti in TV" e senza avere nemmeno la dignità di essere seppelito e di essere ricordato.

Scrivi commento
Si deve essere connessi al sito per poter inserire un commento. Registratevi se non avete ancora un account.

busy
 

www.ildiariomontanaro.it - Suppl. digitale Garganopress.net Aut. Trib. di Foggia n. 20/P/06 L. 675/96 - d. lgs. 196/03
Direttore Responsabile: Angelo Del Vecchio - Direttore Editoriale: Domenico Prencipe - Tutti i diritti riservati

per contatti: redazione@ildiariomontanaro.it - cell. 347-1028195

Il nostro portale è aperto a tutti coloro che desiderino collaborare nel rispetto dell'art.21 della Costituzione Italiana che così recita: "Tutti hanno diritto di manifestare il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione", non costituendo, pertanto, tale collaborazione gratuita alcun rapporto di lavoro dipendente o di collaborazione autonoma.