| Beslan 3 settembre 2004 – Beslan 3 settembre 2009 |
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| Scritto da Marco Rinaldi | |
| Giovedì 10 Settembre 2009 08:23 | |
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L'emergenza psicologica di una città di fantasmi Cinque anni fa in una città dell'Ossezia del Nord, piccola e tormentata repubblica autonoma caucasica appartenente alla federazione russa, si consumava la più atroce tragedia del ventunesimo secolo. Cento anni ancora giovani, solo potenziali, ma che difficilmente assisteranno ad una tortura fisica e psicologica senza fine come si sta rivelando essere Beslan. Il primo settembre 2004 la Scuola Numero Uno di Beslan veniva occupata da un commando di un numero compreso tra 32 e 35 persone armate, con il volto coperto da passamontagna e muniti di cinture esplosive. Era il giorno della linejka, la tradizionale festa di inizio anno scolastico che si celebra in tutte le scuole. Era pieno di gente. Quasi 1500 ostaggi, tra giovanissimi alunni, genitori ed insegnanti, avrebbero passato due giorni d'inferno ammassati nella palestra della scuola, in attesa del terribile epilogo. Il tre settembre la situazione improvvisamente precipitava: due esplosioni improvvise scatenavano gli scontri. Il risultato fu qualcosa di più del terribile, qualcosa di più cupo del peggiore dei lutti. 386 morti. 186 bambini. Un'intera città di 30.000 abitanti sprofondata nella disperazione, nella depressione di cittadini che hanno visto sfiorire le loro piante migliori. Un unico, enorme genitore consapevole di dover passare il resto della propria esistenza nello strazio di un'infinita perdita. E' terribile anche vedere come le persone reagiscono alla disperazione, in quali direzioni essa si dirige. O, come spesso accade in Russia, viene incanalata. Anna Politkovskaja , nel suo Proibito Parlare , ci racconta mestamente l'odio dei genitori non per i terroristi, non per l'immobile Putin, non per i suoi luogotenenti vigliacchi, ma per le insegnanti sopravvissute, colpevoli a loro dire di "non aver saputo proteggere" come meritavano i loro figli. Questi insegnanti, persone non meno distrutte di qualsiasi genitore di Beslan, si aggirano come fantasmi per le strade della città. Disprezzati dalla maggioranza di una popolazione letteralmente stordita dal troppo male, come un fegato incapace di metabolizzare tutte queste tossine. Non sono gli insegnanti i colpevoli, naturalmente. Quei pochi sopravvissuti sono solo il capro espiatorio più vicino agli occhi gonfi e carichi di rancore di una città intera presa ancora in giro, costantemente e manifestamente, dalle proprie autorità. Al pari dei terroristi, infatti, sono le autorità russe le vere responsabili di questa tragedia. Non hanno fatto altro che non fare. Insabbiare la verità dei vergognosi assassinii della seconda guerra cecena. Bloccare gli unici mediatori graditi ai terroristi. Diffamare e screditare l'unico politico ad entrare nella scuola, l'inguscio Ruslan Ausev. Hanno mostrato arroganza e una sicurezza suicida. La stessa dell'allora Presidente Vladimir Putin, un uomo politico che ha dimostrato innumerevoli volte (si pensi al terribile blitz del teatro Dubrovka nell'ottobre 2002 ad opera delle teste di cuoio del Cremlino) di disprezzare i propri connazionali, uomini, donne o bambini che siano. Si pensi che fino alla metà del 2 settembre, 36 ore dopo l'ingresso dei terroristi nella scuola, il Cremlino non aveva ancora autorizzato alcuna autorità ad avviare trattative per il rilascio degli ostaggi. Nessuno, nel quartier generale delle "Operazioni per la liberazione degli ostaggi", avviò queste operazioni: tutti attendevano istruzioni da Putin. Temevano di commettere errori e, di conseguenza, di subire l'ira del Capo Supremo. Sembrò che tutti, insomma, si preoccupassero più di capire cosa davvero volesse Putin piuttosto che individuare soluzioni rapide ed il più possibile sicure per la situazione nella scuola. Inoltre i russi, nonostante la presenza tra i terroristi di ceceni ed ingusci, continuarono arrogantemente a comunicare solo nella loro lingua. Come se questo non bastasse i terroristi avevano richiesto una controparte precisa per avviare un dialogo: Murat Zjazikov , presidente dell'Inguscezia , il consigliere di Putin per la Cecenia Aslachanov, il presidente dell'Ossezia del Nord Dzasochov - tutti uomini del presidente Putin - ed il dottor Rosal, il quale, ironia della sorte, era anche un pediatra. Queste quattro persone erano l'unico canale ufficialmente riconosciuto dai terroristi per trattare. Ebbene, il presidente Putin in persona intimò ai suoi bravi di stare alla larga da quella scuola. Nessuno di questi quattro vigliacchi ebbe il coraggio di far innervosire il grande capo Putin facendo quello che era giusto fare. La carriera prima di tutto. Costi quel che costi. E poi scattò il lavaggio dei cervelli. Non dev'essere stato difficile manipolare menti sofferenti, convincerle che le autorità avevano fatto "tutto quello che si poteva fare" per salvare i loro figli. Gettare, naturalmente, l'ombra di al-Qaeda, cancellando ogni traccia cecena in quella che è una storia totalmente cecena. Sfruttare i mezzi di comunicazione di massa per costruire eroi marci, come il dottor Rosal - proprio lui, il pediatra vigliacco - e screditare le uniche persone che avevano provato a fare qualcosa, come Ruslan Ausev, ex presidente dell'Inguscezia inviso al Cremlino per i suoi ripetuti inviti a stabilizzare la crisi in Cecenia. Ausev, con in mano una dichiarazione del leader dell'opposizione cecena Aslan Maschadov in cui egli condannava senza appello il sequestro dei bambini, fu l'unico ad andare a parlare con i terroristi. L'unico a cercare di intavolare negoziati. Ausev portò fuori una trentina di bambini dalla Scuola numero uno. Dunque nella mente sanguinante di centinaia di genitori, zie, nonne, gli insegnanti sopravvissuti sembrano essere i veri vigliacchi. Esseri umani con l'unica colpa di essere sopravvissuti ad una mattanza senza senso. Lidia Aleksandrovna era la direttrice della scuola ed uno dei principali bersagli dell'odio dei genitori. E' una donna esattamente identica al resto dei cittadini di Beslan: azzerata, resettata dal male. Nonostante numerosi superstiti avessero raccontato l'impegno della Aleksandrovna nel negoziare con i terroristi, nonostante l'impossibilità di una situazione semplicemente irrimediabile per un misero ostaggio, Lidia Aleksandrovna rimane, per molti genitori, colpevole. "Degli insegnanti uccisi dicono: "Hanno svolto il proprio dovere professionale fino in fondo". E gli altri? Non l'hanno svolto fino in fondo? Dopo l'esplosione sono inciampata su un corpo dilaniata, era carne fatta a pezzi. Sono forse colpevole di non essere diventata anch'io carne maciullata? ... La prima notte eravamo sicuri che avrebbero trascinato Dzasochov per il bavero fino alla palestra..non l'hanno fatto."[1] Al di là dei numeri, dei vigliacchi, del primo lustro trascorso da questa immane tragedia, dell'arroganza, del disprezzo di un Presidente per il proprio popolo, della pura e profonda disperazione, ciò che non si riesce a dimenticare è la vastità, l'assolutezza di questo dolore. Beslan come Chernobyl. Beslan come punto di partenza di una nube tossica carica di un dolore che non può risparmiare nessuno. Esattamente come quella nube radioattiva ucraina, il dolore di Beslan non risparmia nessuno dei suoi trentamila abitanti. Che le loro famiglie siano state toccate o meno dalla tragedia, esse sono segnate dalla tristezza. Dicono che perdere un figlio sia come perdere parte della propria anima. Sentire se stessi in un purgatorio senza soluzione di discontinuità. Beslan è una comunità improvvisamente privata di centinaia di suoi figli, un agglomerato di uomini e donne in costante emergenza psicologica, sprofondata da cinque anni esatti in una depressione che non può avere fine. Una succursale del purgatorio sulla terra.
[1] Anna Politkovskaja, Proibito Parlare, Mondadori 2007, pag.238-329. Visite: 873 Commenti (1)
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come si può commentare d'altronde questa immane tragedia?
si resta senza parole ! Un pensiero di affetto e solidarietà verso
i genitori,figli e sopravvissuti, senza dimenticare ovviamente Anna Politkovskaja.