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Perchè può piacere la spending review

Scritto da editoriale di carmelo mazza il .

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Tempo d'estate, tempo di neologismi. Negli anni 70 la saga dei governi balneari, invenzione che associava complesse trattative politiche, sdraio e ombrelloni. L'anno scorso l'esplosione dello spread che ci ha resi tutti financial analyst da spiaggia. Quest'anno la spending review, e tutti a diventare Indiana Jones a caccia di sprechi in costume da bagno. Tuttavia ci sono ottime ragioni per farci piacere questa spending review che inizia a incidere sull'articolazione dei servizi e del personale sul territorio, lì dove intere generazioni di politici hanno costruito il proprio consenso a spese della collettività.

 


 

La spending review ci è richiesta dalle autorità finanziarie europee e dai mercati per controllare la dinamica del debito pubblico. La dinamica e non l'ammontare: il debito pubblico italiano, circa il 120% del prodotto interno, avrebbe bisogno di cessioni del patrimonio dello Stato per essere aggredito nel breve termine. Ma il nostro debito non solo è alto; va pure in scadenza rapidamente. Per questo motivo dobbiamo spesso emettere tranche elevate di BOT e BTP e risentiamo della volatilità (in rialzo, purtroppo) dei tassi di interesse. Fermare la dinamica del debito non creandone altro pretendendo di compensare la mancata crescita con l'incremento della pressione fiscale è alla lunga recessivo; quindi l'unica soluzione è intervenire sulla spesa pubblica per evitare di essere soffocati dai troppi titoli da collocare sul mercato e dai tassi più alti che, inevitabilmente, si chiedono a chi è più indebitato. Soprattutto se per decenni ha sperperato tutte le opportunità che si sono presentate per ridurre il proprio debito.

Ma ridurre la spesa pubblica è un sacrificio ed i sacrifici, anche se necessari, non si fanno col sorriso sulle labbra. E in un paese intriso di opportunismo come l'Italia, questo si trasforma rapidamente nella rivendicazione che la spesa pubblica da tagliare è sempre un'altra. E' il "benaltrismo", che fa dire a sindacati, Confindustria, enti locali e varia umanità che c'è sempre "benaltro" da tagliare nel cortile del vicino. In questo modo, i tagli non si fanno, nulla cambia, e le rendite di posizione restano cristallizzate, immutabili nel tempo. Altra rivendicazione è la "socializzazione dei tagli". Sembra che il sistema pubblico sia perfettamente efficiente e i tagli comportano necessariamente una riduzione dei servizi. Siamo proprio certi che non vi siano ancora sprechi da rimuovere? Per esempio, penso basti leggere quanto la Magistratura giornalmente rileva in quasi tutte le Regioni per capire che, forse, prima di tagliare i servizi sulla sanità è possibile ancora tagliare qualche fornitura e/o fornitore... E, in ogni caso, ci sono ancora aree di iper-regolazione dello Stato che comportano spese per strutture il cui taglio non rappresenta alcun danno per i cittadini. Insomma, l'argomento è chiaro: meglio aumentare la benzina o le tasse. Così invece che tagliare, si continuerà a disporre di più risorse.

portafoglio vuotoPerché il tema reale che può farci piacere la spending review è proprio questo. Quando siamo chiamati a pagare più tasse non finanziamo il rientro del debito ma la possibilità di continuare a spendere. La più alta pressione fiscale è associata alla più alta incidenza della spesa pubblica sul prodotto interno, salita in 5 anni dal 39% al 45%. Un incremento molto più che proporzionale rispetto alla diminuzione del prodotto interno. Per essere chiari, abbiamo spostato reddito dalle tasche dei cittadini al borsellino della spesa pubblica. Basterebbe riportare la spesa pubblica a livelli inferiori al 40% a parità di prodotto interno e si disporrebbe di risorse per abbassare la pressione fiscale o per rientrare dal debito.

Ci hanno spiegato che questo sacrificio lo hanno imposto i tristi mercati. In realtà, in misura considerevole come si nota dai pochi dati riportati, l'abbiamo fatto per mantenere il più possibile inalterata la possibilità di spendere da parte della classe politica. Siamo stati silenziosamente chiamati a continuare a sostenere il costo di concorsi manipolati, assunzioni assurde, consulenze improbabili, parlamentari e personale politico impresentabili dal dubbio uso della lingua italiana, iniziative inconcepibili dettate dall'incompetenza. Siamo stati chiamati a pagare in modo che la classe dirigente politica locale e nazionale possa continuare in quegli sprechi incredibili raccontati da Rizzo e Stella, quali comunità montane sul mare, finanziamenti a partiti senza voti e giornali di partito senza lettori. Siamo stati chiamati a pagare per consentire agli stessi soggetti di nominare gli "scurriculati" raccontati da Fiorillo, come gli addetti stampa che immaginano i tunnel sotto gli Appennini. Un ottimo motivo per farci piacere la spending review è vedere che domani questa classe dirigente avrà meno denaro nostro da gettare alle ortiche. E ancora più spending review dovremmo chiedere, fino ad arrivare ad un livello in cui la spesa sia giustificata solo con gli argomenti della competenza e degli interessi generali e non della gestione del consenso.

Ovviamente, si potrà sollevare l'argomento che la spesa pubblica in mano alla classe che rappresenta i cittadini è garanzia di controllo democratico. Tuttavia questo principio è già venuto meno. Questa classe politica non rappresenta i cittadini ma solo se stessa per il modo in cui è stata nominata con una legge elettorale che tutti i partiti sono strenuamente impegnati a non mutare, come sottolinea anche la Presidenza della Repubblica. Inoltre, la garanzia del controllo democratico è stata sostituita già negli anni 60 dal controllo di chi ha usato l'elefantiasi dell'apparato pubblico per gestire il consenso soprattutto nel Sud, negli anni 80 dal controllo partitocratico, con la lottizzazione pervasiva del settore pubblico ai tempi del CAF, e nel nuovo millennio dal controllo post-moderno, quello frantumato e diffuso in mille satrapi in perenne movimento da un partito all'altro per cercare di avere un borsellino di spesa sempre più ricco per elargire favori e ottenere consensi. Giova ricordare ai cinici (e bisogna essere dei privilegiati per potersi permettere il cinismo...) che il costo della democrazia è il mantenimento delle istituzioni e non di chi le occupa, dei parenti, degli amici, delle mogli, dei mariti, se non persino degli amanti...

Ci deve dispiacere che questi soggetti abbiamo meno da spendere in futuro? Credo proprio di no. Quando il borsellino sarà tornato a dimensioni sostenibili, anche noi forse avremmo fatto sacrifici. Ma, stavolta, per noi stessi e non per mantenere i privilegi di qualcuno.

Editoriale di Carmelo Mazza - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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