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Lo studioso protestante tedesco Ferdinand Gregorovius (1821-1891) definì il santuario micaelico di Monte Sant'Angelo «la metropoli del culto dell'Arcangelo in Occidente»: definizione che trova riscontro nella storia, lunga più di 15 secoli, di fede, arte e cultura che ne fa uno dei luoghi privilegiati della religiosità e della devozione popolari.
La grotta micaelica, infatti, è ancora oggi mèta di un intenso flusso di pellegrinaggi che si sono compiuti, senza soluzione di continuità, a partire dal V secolo, quando il culto per l'Angelo dall'Oriente, probabilmente da Costantinopoli, approdò sulla montagna garganica, allora compresa nella diocesi di Siponto. La storia, anche civile e politica, di Monte Sant'Angelo si fonde col suo santuario. La presenza del santuario e della tradizione micaelica sostanzia i ritmi della vita cittadina, l'economia, le forme di arte e di produzione materiale, il turismo e la cultura, nelle sue varie espressioni, anche popolari e popolareggianti.
L'origine, la definizione urbanistica, e il nome stesso della Città sono intimamente collegati alla grotta-santuario e alla storia del culto micaelico. In pochi altri centri è evidente la funzione poleogenetica di un luogo sacro come per Monte Sant'Angelo. E la Città, consapevole e fiera di tale origine, si è sempre stretta attorno al santuario come al suo palladio, difesa e presidio della propria identità, seguendone da vicino la vita e i mutamenti e cercando di valorizzarne la storia. Il santuario micaelico del Gargano ha avuto notevole rilievo non solo sulla storia religiosa e politica della Puglia ma anche su alcune popolazioni di stirpe germanica, in particolare sui Longobardi. Questi, di stanza a Benevento, sul finire del VI secolo si spinsero più volte fino a Siponto. Attorno al 650, essi accorsero in aiuto dei Sipontini attaccati dai Bizantini che volevano impadronirsi del santuario.

nella foto: la Basilica di San Michele Arcangelo di Monte Sant'Angelo ufficialmente iscritta nella lista dei beni patrimonio mondiale dell'umanità UNESCO
L'episodio, che vide agire in prima persona il longobardo Grimoaldo I, duca di Benevento (647-662), sancì il connubio tra santuario garganico e culto micaelico da una parte, e popolo longobardo dall'altra. Lo stesso Grimoaldo, dopo la sua ascesa al trono di Pavia (662), seppe sfruttare l'esito della battaglia per fini politici: si presentò, infatti, come protetto dall'Arcangelo, cui attribuì la vittoria, e finì col fare del culto micaelico praticato dai Longobardi ariani e dai Longobardi cattolici un instrumentum regni per l'unità di tutti i suoi sudditi (Bognetti).
I Longobardi trovarono in Michele un santo congeniale alla propria sensibilità perché, come capo dell'esercito celeste, ricordava il pagano Wodan considerato dai popoli germanici il dio supremo, dio della guerra, psicopompo, protettore di eroi e di guerrieri. Michele divenne in seguito il santo nazionale dei Longobardi che, oltre ad invocarlo nei giuramenti, lo fecero rappresentare sugli scudi e sulle monete e ne diffusero il culto dappertutto, dentro e fuori la penisola italica, costruendo e dedicandogli chiese e cappelle. Il culto micaelico, quando dall'Oriente approdò sul Gargano, era un culto essenzialmente naturale e risanatore; col passare del tempo, grazie anche al contatto con i Longobardi, popolo guerriero per eccellenza, esso venne accentuando il carattere militare e sviluppando gli attributi di s. Michele guerriero, capo delle milizie celesti e vincitore del drago.

I rapporti tra i Longobardi e il santuario garganico interessarono in un primo momento il ducato di Benevento, sotto la cui giurisdizione episcopale fu posta la diocesi di Siponto, e successivamente anche il Regno di Pavia, soprattutto all'epoca dei re Pertarito e Cuniperto (671-700) e della regina Ansa, moglie di Desiderio (756-774), l'ultimo re dei Longobardi. I duchi di Benevento, Grimoaldo I e Romualdo I (662-677), Cuniperto e Ansa elaborarono un vero e proprio programma edilizio per la grotta-santuario, considerato ormai il santuario nazionale dei Longobardi: grazie alla costruzione di nuovi ambienti e/o alla ristrutturazione di quelli esistenti, assicurarono un comodo ricovero e un posto di ristoro ai pellegrini che arrivavano stanchi in cima al monte, dopo aver percorso il tratto terminale camminando per penitenza sulle ginocchia e in qualche caso con dei massi al collo. Il santuario visse un periodo di particolare splendore tra il VII secolo e la metà del IX, epoca alla quale risalgono le quasi duecento iscrizioni incise o graffite sulle strutture della parte più antica del complesso monumentale: tra queste, di eccezionale importanza la scoperta di quattro iscrizioni in caratteri runici – le prime rinvenute in Italia - così chiamate dal nome delle lettere "rune" della scrittura usata dai Germani prima e durante i primi tempi dell'adozione dell'alfabeto latino. I nomi dei pellegrini tracciati sulle strutture del santuario sono di tradizione semitica, greca, latina e germanica: in quest'ultima è possibile individuare diversi strati quali quello gotico, longobardo, franco, alemanno, sassone e inglese antico.
Mèta quasi obbligata nell'itinerario che dall'Europa centro-settentrionale portava i pellegrini in Terra Santa, la grotta garganica costituì, durante il Medioevo, un vero e proprio modello di santuario. Lo prova il fatto che diversi luoghi di culto dedicati a s. Michele furono edificati, in Italia e in Europa, su montagne o alture ad imitazione del santuario garganico e si presentarono come sue "filiazioni" o tentarono in qualche modo di collegarsi alla tradizione garganica. Vero melting pot di pellegrini italici, germanici e bizantini, il santuario garganico esprime emblematicamente la nuova visione della storia e della cultura dei secoli V-IX, visione non più – o non solo – classicistica e romanocentrica, ma romanobarbarica ed europeistica. Sono questi i motivi per i quali Monte Sant'Angelo e la grotta- santuario miaelica sono entrati nella Lista del Patrimonio Mondiale dell'UNESCO.
GIORGIO OTRANTO - *Docente di storia del cristianesimo antico - Università degli Studi di Bari (da La Gazzetta del Mezzogiorno del 27.06.2011)
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